Terapia ricostruttiva interpersonale

Verso la fine degli anni ’90 la psichiatra americana Lorna Smith Benjamin ha sviluppato un metodo di intervento psicoterapico chiamato Terapia Ricostruttiva Interpersonale (TRI) utilizzabile come trattamento dei casi che non rispondono alle terapie tradizionali (i cosiddetti pazienti intrattabili).
La TRI offre una spiegazione sensata del perché i pazienti intrattabili continuano ad avere i loro sintomi. In genere la persona non ha aggiornato i suoi schemi alle necessità del presente e continua a mettere in atto risposte che in passato sembravano l’unica soluzione possibile per garantire la sopravvivenza.
In accordo con la teoria dell’Attaccamento di Bowlby, all’origine di tali pattern di comportamento vi è il rapporto con le prime figure significative che si sono occupate del bambino dalla nascita, interazione che può essere stata più o meno buona a seconda delle caratteristiche dei genitori.

Lo scopo dell’intervento dello psicoterapeuta sarà allora quello di modificare la relazione del paziente con le sue rappresentazioni interiorizzate (IPIR) delle figure di attaccamento che ancora oggi guidano le sue abituali modalità di affrontare gli eventi. A tal fine il rapporto tra terapeuta e paziente all’interno della terapia viene considerato come un’esperienza correttiva tramite la quale si interviene per modificare gli apprendimenti passati ormai obsoleti e controproducenti.
Il terapeuta userà intenzionalmente il suo comportamento relazionale come un mezzo che il paziente possa usare per imparare nuove modalità di rapporto umano.


La teoria dell’apprendimento e degli affetti che hanno caratterizzato lo sviluppo (DLL, Developmental Learning and Loving) è la base della formulazione dei casi nella TRI. La formulazione del caso è il punto centrale di ogni intervento perché tenta di identificare le cause da affrontare; attraverso questa il terapeuta cerca di capire innanzitutto in che modo gli stili comportamentali del paziente (pensieri, emozioni e comportamenti) sono collegati alle figure di attaccamento interiorizzate. Sono descritte 3 modalità di imitazione possibili, dette processi di copia:

• L’identificazione (essere come lui o lei): è un processo che induce la persona ad essere il più possibile uguale o almeno simile alla figura di attaccamento. Per esempio, se la figura di attaccamento trascurava il paziente, questi potrebbe diventare a sua volta trascurante;
• La ricapitolazione (agire come se lui o lei fosse ancora qui e avesse il controllo): consiste nel comportarsi come se la figura di attaccamento avesse ancora un ruolo e un potere determinante sull’individuo. Tornando all’esempio precedente, la persona potrebbe sposare una persona che la trascura;
• L’introiezione (trattare sé stessi come lui o lei faceva): consiste nel trattare sè stessi come si è stati trattati. Sempre in relazione al soggetto dell’esempio, ciò implicherebbe che l’individuo sia molto trascurante con sè stesso e non si preoccupi di soddisfare i suoi bisogni.

Questi processi di copia persistono anche in età adulta perché il cervello arcaico prescrive che per sopravvivere sia indispensabile rimanere fedeli ai primi insegnamenti ricevuti su come trovare la sicurezza e affrontare la minaccia. Continuare ad utilizzare tali regole di comportamento significa cercare di ottenere ancora oggi quell’amore e protezione dalle rappresentazioni interne delle figure di attaccamento che tali comportamenti garantivano in passato.

La ripetizione dei vecchi schemi è definita dalla Benjamin un “dono d’amore” alle figure interiorizzate. Il motivo per cui i comportamenti problematici persistono è il desiderio che le rappresentazioni interiorizzate delle prime figure di attaccamento rendano in qualche modo possibile un loro riavvicinamento e un amore incondizionato. Se questo è il piano che mantiene il disturbo, allora il trattamento deve affrontare tali desideri in modo da realizzarli più costruttivamente o da lasciarli perdere ed elaborare il lutto. Quando tali desideri saranno trasformati o lasciati perdere, il paziente potrà uscire dalla categoria degli intrattabili. Sia l’apprendimento, che gli eventuali farmaci e le varie tecniche psicoterapiche possono diventare più efficaci perché egli non sarà più inconsciamente determinato a mantenere i vecchi schemi.

La Terapia Ricostruttiva Interpersonale è un tipo di trattamento a lungo termine che include 5 fasi:

  • costruire la collaborazione e l’alleanza (la relazione terapeutica);
  • imparare a riconoscere i propri modi di fare, da dove provengono e a cosa servono (insight);
  • bloccare i modi di fare disfunzionali (gestione della crisi e dei momenti di stallo);
  • promuovere la volontà di cambiare;
  • apprendere nuovi modi di fare

Nella fase di valutazione iniziale è essenziale favorire il clima di collaborazione con un atteggiamento di condivisione e ascolto empatico. Ciò è assolutamente necessario per procedere alla raccolta degli elementi utili ad inquadrare il caso. La ricerca del terapeuta è orientata a individuare quali sono gli schemi di attaccamento tipici del paziente, come si sono formati e quale influenza essi esercitano nel presente nei diversi ambiti della sua vita.
Una volta costruita l’alleanza terapeutica, sulla base degli elementi individuati, il terapeuta fornisce alla persona una prima interpretazione sull’origine e sul significato dei suoi sintomi e sui meccanismi che possono aver causato lo scompenso nel momento in cui viene richiesta la consultazione. A questo punto si procede ad una definizione esplicita dell’obiettivo comune, in uno spirito di cooperazione paritetica per il raggiungimento dell’obiettivo e poi si intraprende il percorso vero e proprio attraversando le fasi residue sopra indicate.

Il terapeuta TRI in ogni suo intervento fa riferimento a 6 linee guida che costituiscono l’algoritmo di base:

  • Lavorare con un atteggiamento di base di empatia accurata;
  • Sostenere l’alleato alla crescita (verde) più dell’alleato regressivo (rosso): il riferimento è al conflitto presente nel paziente tra la parte che richiede di cambiare e l’altra che continua a manifestare tutti i pensieri, sentimenti e comportamenti problematici coerenti con le regole e i valori percepiti delle IPIR;
  • Collegare ogni intervento alla formulazione del caso;
  • Cercare dettagli illustrativi e concreti su input, risposta e impatto sul sé: ogni episodio riferito in seduta viene discusso finchè paziente e terapeuta non hanno una comprensione comune di cosa lo ha scatenato, come ha reagito il paziente e come ciò ha influito sul suo concetto di sé;
  • Esplorare gli ABC. Ogni episodio con input, risposta e impatto sul sé deve essere sviluppato anche nei 3 domini: sentimenti (Affect, A), comportamenti (Behavior, B), pensieri (Cognition, C). Occorre infatti che ci sia un apprendimento affettivo oltre che cognitivo per capire in profondità cosa stia alla base dei comportamenti intrapsichici e interpersonali problematici.
  • Collegare l’intervento scelto tra quelli usuali a una o più delle 5 fasi descritte.


Gli obiettivi della terapia sono spiegati fin dall’inizio, il paziente comprende cosa è il Rosso e se decide di collaborare è d’accordo per diminuirlo a favore del Verde.
In sintesi sono i seguenti: imparare ad avere relazioni amichevoli ed equilibrate con sé stesso e con gli altri, che non siano caratterizzate da troppo controllo, troppa obbedienza o da troppo distacco. Esempi di comportamenti da raggiungere sono: affermare gli altri e sé stessi, rivelarsi onestamente agli altri e a sé stessi, amare gli altri e accettare il loro amore, amare stessi, proteggere le persone amate e sé stessi, avere fiducia.
Le modalità di relazione che sono obiettivo della terapia tendono ad essere associate ai seguenti sentimenti: accettare, amare, prendersi cura.
Le modalità di pensiero associate sono: comprendere, migliorare, concentrarsi. Si riesce ad essere espressivi, ottimisti e mirati.